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La Fabbrica dell’Aria® di Lombardini22

Una soluzione locale per un'emergenza globale
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Il 22 gennaio di quest’anno, seguito da numerosissimi commenti di cui è facile immaginare la variegata natura, Elon Musk twittava:

“Am donating $100M towards a prize for best carbon capture technology. Details next week.”

Non abbiamo seguito i dettagli, ma saremmo in errore se pensassimo che le azioni più pertinenti per rispondere all’appello di Musk riguardassero ricerche complicate o proposte di soluzioni ipertecnologiche. In realtà, la tecnologia di cui è alla ricerca esiste già: sono gli alberi. Gli alberi assorbono CO2 e la reimmettono nel terreno. Non solo: sono “macchine” che si autoriproducono. Farebbero la felicità di Elon Musk, insomma, e anche la nostra se questo semplice assunto si traducesse in politiche concrete e davvero globali.

Nel frattempo si può essere concreti anche a livello locale, ed è ciò che abbiamo fatto negli spazi di Lombardini22.
Il 27 maggio scorso abbiamo presentato, con la presenza del neurobiologo Stefano Mancuso, professore ordinario presso l’Università di Firenze e direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale (LINV), La Fabbrica dell’Aria®: straordinario progetto di serra indoor sviluppato per la purificazione dell’aria all’interno degli edifici grazie a un sistema brevettato di filtrazione botanica.

Esito di un percorso avviato due anni fa in occasione del primo incontro con Mancuso, durante l’evento FORESIGHT 2019, La Fabbrica dell’Aria® di Lombardini22 è una serra di 35 metri quadrati realizzata sul concept sviluppato da Pnat, società spin-off dell’Università di Firenze – fondata da Mancuso stesso con le agronome e botaniche Elisa Azzarello, Camilla Pandolfi ed Elisa Masi e gli architetti Antonio Girardi e Cristiana Favretto – dedicata a tradurre le ricerche condotte all’interno del LINV in progetti tecnologici innovativi ispirati al modello vegetale.

Il progetto della Fabbrica dell’Aria® lo abbiamo subito adottato perché rappresenta per noi un modo nuovo, chiaro e sicuramente incisivo per immaginare il futuro degli spazi in cui viviamo e prendercene cura.

Presentata in un evento phygital condotto da Franco Guidi, Ad e partner Lombardini22, con la partecipazione di un parterre selezionato (obbligatoriamente, di questi tempi) di attori del Real Estate, La Fabbrica dell’Aria® è un luogo per noi e per i nostri uffici ma è anche una “vetrina” site-specific a disposizione di tutta la nostra comunità di riferimento. In altre parole, è un invito esteso a tutti i players del settore immobiliare con cui sentiamo la responsabilità di costruire una cultura della sostenibilità fondata su un benessere reale e concreto: e anche sulla bellezza, poiché le piante sono belle!

“In questo periodo così difficile, ci è sembrato importante fare qualcosa che potesse restituirci quello che la pandemia ci ha tolto, il respiro, meglio se puro e incontaminato” (Franco Guidi).

Meglio ancora se veicolo di un messaggio fondamentale e di ampia portata. E la portata dell’intervento di Stefano Mancuso è stata davvero ampia, necessaria e portatrice di un senso di grande urgenza.

Da sinistra, Elda Biachi, CFO di Lombardini22, Stefano Mancuso, professore ordinario presso l’Università di Firenze e direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale, e Franco Guidi, CEO di Lombardini22

Mille miliardi di alberi

“La Fabbrica dell’Aria® è una delle possibili applicazioni che ci permettono di dimostrare come le piante ci aiutino a risolvere problemi, e il più grande problema che l’umanità si trova oggi ad affrontare è senza dubbio il riscaldamento globale”.

Così Mancuso apre la serata: ricordando un problema enorme le cui cause sono umane – su questo c’è l’unanimità quasi totale della comunità scientifica – e rispetto alle quali propone un approccio diverso dai vari protocolli di Kyoto e COP che si sono fin qui susseguiti, e le cui misure sono evidentemente inefficaci. Poiché l’obiettivo non dovrebbe essere la mitigazione delle emissioni di CO2 nell’atmosfera (raddoppiate nell’ultimo decennio), ma l’inversione della loro curva di crescita, la soluzione non risiede in un ipotetico salto tecnologico, che anzi ha avuto storicamente effetti contrari, ma in un radicale cambiamento del punto di vista: come ottenere risultati senza compromettere le attività produttive? Attraverso una massiva riforestazione globale del pianeta:

“Se piantassimo mille miliardi di alberi sulla superficie della Terra, riusciremmo in trent’anni a riassorbire un terzo di tutta la CO2 prodotta.”

Sembra un programma non affrontabile: per costi, spazio e criteri di implementazione. Eppure i costi sarebbero irrilevanti rispetto al problema che andremmo a risolvere. Mancuso ipotizza un riparto per popolazione – per cui all’Italia spetterebbero due miliardi di alberi – mentre per quanto riguarda lo spazio basterebbero le terre incolte dagli anni 1980 a oggi per metterne a dimora sei miliardi.

Ma non solo: poiché l’efficienza delle piante è tanto maggiore quanto più sono vicine alla fonte inquinante – e almeno il 75% della CO2 esistente nel pianeta è prodotta dal 1,7-2,3% della sua superficie emersa, cioè dalle città –  è sorprendente che i nostri ambienti urbani non siano già pieni di vegetazione, tanto all’esterno quanto e soprattutto negli spazi chiusi: dove invece è pressoché assente.

Nonostante un’abbondante letteratura scientifica dimostri da decenni le incredibili capacità delle piante indoorriduzione del bullismo, maggiore socialità e miglior apprendimento negli ambienti scolastici; riduzione dei tempi di degenza e dell’uso di analgesici negli ospedali, e così via – dobbiamo superare una barriera culturale, forse dovuta a quell’immagine di “città ideale”, bellissima ma senza un filo d’erba, che dal Rinascimento dipinge ancora oggi il nostro immaginario urbano.

Abbiamo tempo?

La crisi climatica è un fenomeno esponenziale, quindi no, non abbiamo molto tempo.

“La nostra capacità di reazione alle progressioni esponenziali è un tema significativo: già il virus ci ha insegnato quanto siamo in difficoltà a comprenderne i rischi, e se con la pandemia abbiamo infine imparato a reagire in tempi rapidi, di fronte al cambiamento climatico non riusciamo a entrare in questa logica” (Franco Guidi).

Non siamo abituati – conferma Mancuso – e continuano a sfuggirci. Quando ci dicono che Milano nel 2070 potrebbe avere il clima che oggi abbiamo fra Trapani e Tunisi facciamo fatica a crederci, o sottovalutiamo il problema.

Ma quel modello significa anche che nel 2070, cioè domani, il 18% della superficie terrestre sarà inabitabile per estremi termici (oggi è lo 0,8%), che due miliardi di persone saranno costrette a migrare (non le poche migliaia di oggi), e che l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di mantenere a +1,5°C l’aumento della temperatura globale entro la fine del secolo è già ampiamente superato: andremo molto probabilmente a +3°C, ed è come immaginare il corpo del nostro pianeta con la febbre a 39,5 gradi.

Globali, assoluti, permanenti e rapidi

La situazione non è immobile. Diversi grandi progetti sono in corso nelle zone particolarmente critiche del pianeta: dalla Grande Muraglia Verde africana a quella cinese per contrastare il deserto del Gobi, al progetto “Green the Sinai” per trasformare la penisola in una valle verde, sono iniziative molto significative ma che tuttavia compongono un arcipelago di piani “locali, sporadici e senza una visione d’insieme”, sostiene Mancuso.
“La stessa Unione Europea, molto efficace a ridurre le emissioni rispetto ad altri contesti mondiali, in realtà sta delocalizzando le produzioni inquinanti, cioè spostando il problema altrove”, sottolinea Mancuso, alludendo forse ad alcune contraddizioni (certo un po’ più sofisticate) che caratterizzano anche l’approccio “green growth” basato sull’“efficientamento” di cui già nel 2019 un rapporto dell’European Environmental Bureau (EEB) aveva evidenziato i limiti: tra cui, appunto, la tendenza allo spostamento dei problemi, a meno che tale efficienza non fosse “globale, assoluta, permanente e sufficientemente rapida”. Ma saremmo comunque nel registro del salto tecnologico.
Invece, riafferma Mancuso:

“Il tema dovrebbe essere risolto nell’ambito delle conferenze sul clima, le COP, con un grande accordo globale su una semplice decisione: piantare il maggior numero di alberi possibile, ovunque”.

Ma piantare mille miliardi di alberi risolverebbe il problema per sempre? No, ma farebbe guadagnare tempo, almeno 50 anni, durante i quali sarà comunque necessario cambiare modello di sviluppo. Per Mancuso, secondo una metafora molto attuale, è “come mettere la mascherina in attesa del vaccino”.

Una questione di connessioni

E il vaccino è contrastare in modo strutturale l’impatto umano sugli ecosistemi planetari in modo integrato.


La nostra era, l’Antropocene, sta producendo la sesta estinzione di massa a un tasso molto accelerato rispetto all’ordinario: diciamo decenni contro milioni di anni, se pensiamo al Cretaceo.

“L’80% dei mammiferi del pianeta sono animali di allevamento, l’85% degli uccelli sono polli! Una biodiversità così impoverita mette a rischio anche noi umani. Le specie non sopravvivono da sole: la vita è una questione di connessioni, di relazioni…”

È dunque un senso di forti legami reciproci, e un grande sentimento di urgenza, che l’incontro con Stefano Mancuso ci ha trasmesso: un evento a scale diverse che ha saputo collegare le dimensioni puntuali e il contesto di un dispositivo tecnologico come La Fabbrica dell’Aria® con una grande questione planetaria. O meglio, con “La questione”: quella che ci riguarderà sempre di più nei prossimi anni e rispetto alla quale dovremo misurare tutte le nostre azioni, che allo stesso tempo saranno misurate da chi ci osserva.


July 6, 2021
Cosa sta Succedendo?
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July 6, 2021

La Fabbrica dell’Aria® di Lombardini22

Il 22 gennaio di quest’anno, seguito da numerosissimi commenti di cui è facile immaginare la variegata natura, Elon Musk twittava:

“Am donating $100M towards a prize for best carbon capture technology. Details next week.”

Non abbiamo seguito i dettagli, ma saremmo in errore se pensassimo che le azioni più pertinenti per rispondere all’appello di Musk riguardassero ricerche complicate o proposte di soluzioni ipertecnologiche. In realtà, la tecnologia di cui è alla ricerca esiste già: sono gli alberi. Gli alberi assorbono CO2 e la reimmettono nel terreno. Non solo: sono “macchine” che si autoriproducono. Farebbero la felicità di Elon Musk, insomma, e anche la nostra se questo semplice assunto si traducesse in politiche concrete e davvero globali.

Nel frattempo si può essere concreti anche a livello locale, ed è ciò che abbiamo fatto negli spazi di Lombardini22.
Il 27 maggio scorso abbiamo presentato, con la presenza del neurobiologo Stefano Mancuso, professore ordinario presso l’Università di Firenze e direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale (LINV), La Fabbrica dell’Aria®: straordinario progetto di serra indoor sviluppato per la purificazione dell’aria all’interno degli edifici grazie a un sistema brevettato di filtrazione botanica.

Esito di un percorso avviato due anni fa in occasione del primo incontro con Mancuso, durante l’evento FORESIGHT 2019, La Fabbrica dell’Aria® di Lombardini22 è una serra di 35 metri quadrati realizzata sul concept sviluppato da Pnat, società spin-off dell’Università di Firenze – fondata da Mancuso stesso con le agronome e botaniche Elisa Azzarello, Camilla Pandolfi ed Elisa Masi e gli architetti Antonio Girardi e Cristiana Favretto – dedicata a tradurre le ricerche condotte all’interno del LINV in progetti tecnologici innovativi ispirati al modello vegetale.

Il progetto della Fabbrica dell’Aria® lo abbiamo subito adottato perché rappresenta per noi un modo nuovo, chiaro e sicuramente incisivo per immaginare il futuro degli spazi in cui viviamo e prendercene cura.

Presentata in un evento phygital condotto da Franco Guidi, Ad e partner Lombardini22, con la partecipazione di un parterre selezionato (obbligatoriamente, di questi tempi) di attori del Real Estate, La Fabbrica dell’Aria® è un luogo per noi e per i nostri uffici ma è anche una “vetrina” site-specific a disposizione di tutta la nostra comunità di riferimento. In altre parole, è un invito esteso a tutti i players del settore immobiliare con cui sentiamo la responsabilità di costruire una cultura della sostenibilità fondata su un benessere reale e concreto: e anche sulla bellezza, poiché le piante sono belle!

“In questo periodo così difficile, ci è sembrato importante fare qualcosa che potesse restituirci quello che la pandemia ci ha tolto, il respiro, meglio se puro e incontaminato” (Franco Guidi).

Meglio ancora se veicolo di un messaggio fondamentale e di ampia portata. E la portata dell’intervento di Stefano Mancuso è stata davvero ampia, necessaria e portatrice di un senso di grande urgenza.

Da sinistra, Elda Biachi, CFO di Lombardini22, Stefano Mancuso, professore ordinario presso l’Università di Firenze e direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale, e Franco Guidi, CEO di Lombardini22

Mille miliardi di alberi

“La Fabbrica dell’Aria® è una delle possibili applicazioni che ci permettono di dimostrare come le piante ci aiutino a risolvere problemi, e il più grande problema che l’umanità si trova oggi ad affrontare è senza dubbio il riscaldamento globale”.

Così Mancuso apre la serata: ricordando un problema enorme le cui cause sono umane – su questo c’è l’unanimità quasi totale della comunità scientifica – e rispetto alle quali propone un approccio diverso dai vari protocolli di Kyoto e COP che si sono fin qui susseguiti, e le cui misure sono evidentemente inefficaci. Poiché l’obiettivo non dovrebbe essere la mitigazione delle emissioni di CO2 nell’atmosfera (raddoppiate nell’ultimo decennio), ma l’inversione della loro curva di crescita, la soluzione non risiede in un ipotetico salto tecnologico, che anzi ha avuto storicamente effetti contrari, ma in un radicale cambiamento del punto di vista: come ottenere risultati senza compromettere le attività produttive? Attraverso una massiva riforestazione globale del pianeta:

“Se piantassimo mille miliardi di alberi sulla superficie della Terra, riusciremmo in trent’anni a riassorbire un terzo di tutta la CO2 prodotta.”

Sembra un programma non affrontabile: per costi, spazio e criteri di implementazione. Eppure i costi sarebbero irrilevanti rispetto al problema che andremmo a risolvere. Mancuso ipotizza un riparto per popolazione – per cui all’Italia spetterebbero due miliardi di alberi – mentre per quanto riguarda lo spazio basterebbero le terre incolte dagli anni 1980 a oggi per metterne a dimora sei miliardi.

Ma non solo: poiché l’efficienza delle piante è tanto maggiore quanto più sono vicine alla fonte inquinante – e almeno il 75% della CO2 esistente nel pianeta è prodotta dal 1,7-2,3% della sua superficie emersa, cioè dalle città –  è sorprendente che i nostri ambienti urbani non siano già pieni di vegetazione, tanto all’esterno quanto e soprattutto negli spazi chiusi: dove invece è pressoché assente.

Nonostante un’abbondante letteratura scientifica dimostri da decenni le incredibili capacità delle piante indoorriduzione del bullismo, maggiore socialità e miglior apprendimento negli ambienti scolastici; riduzione dei tempi di degenza e dell’uso di analgesici negli ospedali, e così via – dobbiamo superare una barriera culturale, forse dovuta a quell’immagine di “città ideale”, bellissima ma senza un filo d’erba, che dal Rinascimento dipinge ancora oggi il nostro immaginario urbano.

Abbiamo tempo?

La crisi climatica è un fenomeno esponenziale, quindi no, non abbiamo molto tempo.

“La nostra capacità di reazione alle progressioni esponenziali è un tema significativo: già il virus ci ha insegnato quanto siamo in difficoltà a comprenderne i rischi, e se con la pandemia abbiamo infine imparato a reagire in tempi rapidi, di fronte al cambiamento climatico non riusciamo a entrare in questa logica” (Franco Guidi).

Non siamo abituati – conferma Mancuso – e continuano a sfuggirci. Quando ci dicono che Milano nel 2070 potrebbe avere il clima che oggi abbiamo fra Trapani e Tunisi facciamo fatica a crederci, o sottovalutiamo il problema.

Ma quel modello significa anche che nel 2070, cioè domani, il 18% della superficie terrestre sarà inabitabile per estremi termici (oggi è lo 0,8%), che due miliardi di persone saranno costrette a migrare (non le poche migliaia di oggi), e che l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di mantenere a +1,5°C l’aumento della temperatura globale entro la fine del secolo è già ampiamente superato: andremo molto probabilmente a +3°C, ed è come immaginare il corpo del nostro pianeta con la febbre a 39,5 gradi.

Globali, assoluti, permanenti e rapidi

La situazione non è immobile. Diversi grandi progetti sono in corso nelle zone particolarmente critiche del pianeta: dalla Grande Muraglia Verde africana a quella cinese per contrastare il deserto del Gobi, al progetto “Green the Sinai” per trasformare la penisola in una valle verde, sono iniziative molto significative ma che tuttavia compongono un arcipelago di piani “locali, sporadici e senza una visione d’insieme”, sostiene Mancuso.
“La stessa Unione Europea, molto efficace a ridurre le emissioni rispetto ad altri contesti mondiali, in realtà sta delocalizzando le produzioni inquinanti, cioè spostando il problema altrove”, sottolinea Mancuso, alludendo forse ad alcune contraddizioni (certo un po’ più sofisticate) che caratterizzano anche l’approccio “green growth” basato sull’“efficientamento” di cui già nel 2019 un rapporto dell’European Environmental Bureau (EEB) aveva evidenziato i limiti: tra cui, appunto, la tendenza allo spostamento dei problemi, a meno che tale efficienza non fosse “globale, assoluta, permanente e sufficientemente rapida”. Ma saremmo comunque nel registro del salto tecnologico.
Invece, riafferma Mancuso:

“Il tema dovrebbe essere risolto nell’ambito delle conferenze sul clima, le COP, con un grande accordo globale su una semplice decisione: piantare il maggior numero di alberi possibile, ovunque”.

Ma piantare mille miliardi di alberi risolverebbe il problema per sempre? No, ma farebbe guadagnare tempo, almeno 50 anni, durante i quali sarà comunque necessario cambiare modello di sviluppo. Per Mancuso, secondo una metafora molto attuale, è “come mettere la mascherina in attesa del vaccino”.

Una questione di connessioni

E il vaccino è contrastare in modo strutturale l’impatto umano sugli ecosistemi planetari in modo integrato.


La nostra era, l’Antropocene, sta producendo la sesta estinzione di massa a un tasso molto accelerato rispetto all’ordinario: diciamo decenni contro milioni di anni, se pensiamo al Cretaceo.

“L’80% dei mammiferi del pianeta sono animali di allevamento, l’85% degli uccelli sono polli! Una biodiversità così impoverita mette a rischio anche noi umani. Le specie non sopravvivono da sole: la vita è una questione di connessioni, di relazioni…”

È dunque un senso di forti legami reciproci, e un grande sentimento di urgenza, che l’incontro con Stefano Mancuso ci ha trasmesso: un evento a scale diverse che ha saputo collegare le dimensioni puntuali e il contesto di un dispositivo tecnologico come La Fabbrica dell’Aria® con una grande questione planetaria. O meglio, con “La questione”: quella che ci riguarderà sempre di più nei prossimi anni e rispetto alla quale dovremo misurare tutte le nostre azioni, che allo stesso tempo saranno misurate da chi ci osserva.


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July 6, 2021
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Privati o condivisi, gli spazi esterni assumono primaria importanza, diventando a tutti gli effetti luoghi del progetto.